Clairin, lo spirito di Haiti
3 Novembre 2014, il volo da New York atterra a Port-au-Prince, Haiti. Tutto quello che si può immaginare sulle terre del rum, qui diventa realtà. Una sola strada conduce dall’Aeroporto all’hotel, l’asfalto è arrivato da poco, anche se comincia a lasciare il suo segno. La Capitale risente degli influssi della cultura occidentale, ormai approdata prepotentemente sull’isola, ma lo spirito libero e la dignità di questo popolo si respirano nell’aria, assieme all’attaccamento per le proprie tradizioni.
Il motivo del mio viaggio è il primo Rhum Festival di Haiti, organizzato in un moderno hotel nella parte “nobile” di Port-Au-Prince, ma non riesco a non lasciarmi affascinare da tutto quanto intorno a questo avviene. I negozi, le strade, la gente, tutto sembra un tuffo nel passato, in un passato che ci appartiene, ma che forse abbiamo dimenticato troppo in fretta. Un passato che sembra così lontano quando penso al computer, alla velocità con cui si spedisce una lettera oggi, alla rivoluzione apportata da internet, al nostro vivere dando per scontate cose come l’auto per gli spostamenti, il frigo per la conservazione degli alimenti, l’elettricità in casa, senza la quale saremmo perduti ed il banco della frutta e della verdura nei nostri supermercati, dove tutto sembra perfetto, disegnato e non più reale. Una rapida occhiata alle strade di Port Au Prince, dal pulmino che ci porta dall’aeroporto all’hotel, mi porta tutte queste immagini alla mente ed uno stato emozionale difficilmente descrivibile.
Il festival, se da un lato è stato di modesta affluenza e portata, anche data la scarsa partecipazione di brands, dall’altro ha regalato al rum di Haiti ed al Ministero del Turismo dell’isola un importantissimo focus internazionale sul mercato locale, non differente da molti altri mercati emergenti, dove una piccola percentuale di popolazione possiede gran parte della ricchezza. Un mercato vergine, quindi, ma dalle grandi potenzialità. Per cui non mi ha sorpreso vedere tra gli espositori anche grandi nomi come Madame Neisson, Saint James e Velier, accanto a cui altri brand emergenti si sono ricavati il proprio posto nella manifestazione, come ad esempio il Ron Maja.
Sensazionale rivelazione nella tasting Competition sono stati i Clairin, in particolare il Sajous.
E seppure il seminario sulla storia del rum ad Haiti dell’amico e famoso esperto di rhum Alexandre Vingtier è cominciato con ventiquattro ore di ritardo, poco importa. Siamo ad Haiti, siamo in una culla di emozioni e rum, possiamo aspettare all’ombra di una palma sorseggiando un ottimo Clairin con una scorzetta di lime e del ghiaccio, come insegna Daniele Biondi.
Nei giorni che hanno preceduto il festival abbiamo avuto modo di visitare le zone di Port Au Prince intorno al nostro hotel e la famosa distilleria di Barbancourt, unica realtà conosciuta al di fuori di Haiti prima delle ricerche di Luca Gargano e da molti creduta anche l’unica realtà produttiva nel campo del rum in questa parte del mondo.
La Distilleria Barbancourt
Il complesso industriale della distilleria Barbancourt sorge poco lontano da Port Au Prince, verso l’area nota come Cul de Sac, dove la distilleria ha le proprie coltivazioni di canna da zucchero. Il processo di produzione vede la distillazione di puro succo di canna vergine, come dichiarato sul sito della distilleria. In verità indiscrezioni piuttosto comprovate parlano di sciroppo di succo di canna (praticamente succo concentrato di canna), che ha una durata nel tempo maggiore e che consente alla distilleria di lavorare un pò più a lungo rispetto alla disponibiltà di canna da zucchero. Il rum viene distillato a circa 95% abv con doppia distillazione a colonna e messo a riposare in grandi botti di legno nelle svariate ageing house intorno alla distilleria, alcune delle quali climatizzate. Il processo di invecchiamento è piuttosto particolare e vede il travaso continuo, a distanza di pochi anni (mediamente 3) da botte grande a botti piccole e viceversa.
L’Habitation Vieux Labbè
Poco lontano da Barbancourt sorge l’habitation Vieux Labbè, il cui titolare Herbert Barbancourt Linge è diretto discendente della famiglia Barbancourt. Vieux Labbè non ha proprie piantagioni di canna da zucchero e non distilla rum. Nata come casa produttrice di liquori al rum, oggi la Vieux Labbè invecchia e miscela i rum provenienti da Haiti, i Clairin.
Viaggio alla scoperta dei Clairin
Luca Gargano dice “dopo aver scoperto Haiti e i suoi rum, non riuscivo a parlare di altro quando tornavo a casa”.
Una frase che non avrei compreso appieno prima della coinvolgente esperienza che di li a poco mi sarei trovato a vivere in compagnia dello stesso Luca e di altri compagni di viaggio.
Il nostro viaggio parte all’indomani del Rhum Festival di Haiti, alla volta della distilleria di Clairin di Fritz Vaval, non lontano da Cavaillon, nel corno sud dell’isola, di fronte alla meravigliosa Ile a Vache. La distilleria in verità altro non è che un alambicco, alcune piccole vasche di fermentazione ed un piccolo mulino, il tutto nel cortile di una casa coloniale nella foresta tropicale di Haiti. L’accoglienza è meravigliosa, Fritz e la sua famiglia ci fanno trovare ogni tipo di prelibatezza locale, compreso il loro Clairin. Dopo aver goduto dell’ospitalità della famiglia Vaval, Fritz comincia a raccontarci di come produce rum, dell’incontro con Luca Gargano e del fatto che non avrebbe mai creduto che una cittadina come Cavailon, dopo questo incontro, potesse essere conosciuta da persone che provenivano da altre parti del mondo. Ci racconta delle sue coltivazioni, prive di ogni tipo di pesticidi, diserbanti ed altro materiale chimico, della sua fermentazione spontanea, operata dai lieviti indigeni normalmente presenti nel suo campo. “A volte ci vuole più di una settimana perchè la fermentazione sia finita”, commenta, in coro con Luca che aggiunge “il lievito è il portatore sano del patrimonio genetico della terra, una sorta di registro di tutto quello che accade sulla terra in cui vive. Quando questo lievito, non altri, ma questo, comincia a fermentare la canna da zucchero, le trasmette tutto il potere aromatico ed il patrimonio genetico della terra in cui la canna da zucchero è nata e cresciuta, in cui il rum viene fatto, in cui l’uomo che produce rum opera.”
Parlare di Clairin vuol dire parlare di otre 400 produttori come Fritz Vaval, vuol dire fare un salto nel passato lungo trecento anni. Come mi disse Alexandre Vingtier durante il viaggio: “nelle mie ricerche trovai uno scritto datato fine ‘700 in cui si descrivevano le tecniche di coltivazione della terra e di produzione del rum. La cosa che mi ha lasciato senza fiato è stato constatare che ad oggi, rispetto a quanto ho letto su quel documento, nulla è cambiato.”
E parafrasando l’amico Luca Gargano; se parlare di rum vuol dire parlare di “spirito”, lo spirito dell’isola e della sua gente è senza dubbio nei Clairin.